giovedì 19 novembre 2009

Il governo privatizza l'acqua e i beni comuni

Con un decreto del 10 settembre scorso (D.L. 135/09, Art. 15) il Governo regala l’acqua ai privati: sottrae ai cittadini l’acqua potabile, il bene più prezioso, per consegnarlo, a partire dal 2011, agli interessi delle grandi multinazionali e farne un nuovo business per i privati.
Si tratta della definitiva mercificazione di un bene essenziale alla vita
Si tratta della definitiva consegna al mercato di un diritto umano universale
Si tratta di un provvedimento inaccettabile!



Comunicato stampa Forum Italiano Movimenti per l’Acqua
Approvato l’art. 15: acqua privata per tutti!La battaglia si sposta sui territori: gli Enti Locali si riapproprino del bene comune acqua
Oggi con il voto di fiducia alla Camera dei Deputati si è concluso l’esame del decreto 135/09 il cui art. 15 sancisce la definitiva e totale privatizzazione dell’acqua potabile in Italia.
Il Governo impone per decreto che i cittadini e gli Enti Locali vengano espropriati di un diritto e di un bene comune com’è l’acqua per consegnarlo nelle mani dei privati e dei capitali finanziari. Ciò avviene sotto il falso pretesto di uniformare la gestione dei servizi pubblici locali alle richieste della Commissione Europa mentre non esiste nessun obbligo e le modifiche introdotte per sopprimere la gestione “in house” contrastano con i principi della giurisprudenza europea. Nonostante sia oramai sotto gli occhi di tutti che le gestioni del servizio idrico affidate in questi ultimi anni a soggetti privati, sperimentate in alcune Provincie Italiane o a livello europeo abbiano prodotto esclusivamente innalzamento delle tariffe, diminuzione degli investimenti e un aumento costante dei consumi, si continua a sostenere che mercato e privati siano sinonimi di efficienza e riduzioni dei costi.
Il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua è sceso da subito in campo per contrastare questo provvedimento con la campagna nazionale "Salva l’Acqua" verso la quale si è registrata un’elevatissima adesione.Ad oggi abbiamo consegnato al Presidente della Camera 45.000 firme a sostegno dell’appello che chiedeva il ritiro delle norme che privatizzano l’acqua. Inoltre, migliaia di persone hanno manifestato il proprio dissenso e contrarietà all’Art.15 in un presidio svoltosi lo scorso 12 Novembre a Piazza Montecitorio e in varie mobilitazioni territoriali, migliaia di persone hanno inviato mail ai parlamentari per chiedere di non convertire in legge il decreto 135/09, molte personalità hanno espresso da una parte la loro indignazione e dall’altra il loro sostegno alla campagna.
In questi giorni è cresciuta nella società la consapevolezza che consegnare l’acqua al mercato significa mettere a rischio la democrazia. Nonostante questa mobilitazione della società civile e degli stessi Enti locali, il Governo ha imposto il voto di fiducia e non accoglie le richieste e le preoccupazioni espresse anche molti Sindaci di amministrazioni governate da maggioranze di differenti colori politici.
Come Forum dei Movimenti per l’Acqua siamo indignati per la superficialità con cui il Governo, senza che esistessero i presupposti di urgenza, ha voluto accelerare la privatizzazione dell’acqua. A questo punto siamo convinti che la contestazione dovrà essere ricondotta nei territori, per chiedere agli Enti Locali che si riapproprino della podestà sulla gestione dell’acqua tramite il riconoscimento dell’acqua come diritto umano e il servizio idrico integrato come servizio pubblico locale privo di rilevanza economica e nel contempo di sollecitare le Regioni ad attivare ricorsi di legittimità nei confronti del provvedimento.Queste percorsi di mobilitazione sono percorribile così come dimostrano le delibere approvate dalla Giunta regionale pugliese, dalle tante delibere approvate dai consigli comunali siciliani e nel resto d’Italia, da ultimo quello di Venezia.
Il popolo dell’acqua c ontinuerà la battaglia per la ripubblicizzazione del servizio idrico assumendo iniziative territoriali e nazionali volte a superare l’Art. 15 del decreto legge. Come Forum dei Movimenti, chiediamo a tutta la società civile di continuare la mobilitazione e far sentire il proprio dissenso anche dopo l’approvazione dell’art. 15 attraverso mobilitazioni sui territori ed invio di messaggi a tutti i partiti, ai consiglieri comunali provinciali e regionali, ai parlamentari locali. A Sindaci ed agli eletti chiediamo di dar vita nelle rispettive istituzioni a prese di posizioni chiare che respingano la legge e di dar vita a iniziative di protesta nelle istituzioni stesse.
Continua a leggere!

lunedì 9 novembre 2009

Governare per dare risposte ai più deboli

La crisi economica di ampiezza sovranazionale non poteva non far sentire i suoi effetti nella nostra comunità. Infatti, i dati pubblicati dall’ISTAT e dall’osservatorio sulla povertà sono allarmanti e rappresentano un significativo incremento delle fasce a rischio, specie nel mezzogiorno.
Crisi che, nel nostro comune, ha già messo in bella mostra il collocamento in cassa integrazione, la mobil
ità o addirittura il licenziamento di numerosi cittadini.
Emblematici i casi “Vicenzi” (ex Parmalat), “Filatura di Vitalba”, “I.B.M.” e altrettanto preoccupante lo stato d’abbandono di quasi tutta l’area industriale di Vitalba.
Quanti sogni svaniti nell’arco di pochi anni! Come non bastasse, a questo impietoso fotogramma va aggiunto lo stato di sofferenza in cui versano tante attività condotte dai nostri artigiani e commercianti.
Tenendo ben presente questa situazione, Sinistra e Libertà ritiene opportuno e doveroso proporre, all’Amministrazione Comunale ed alle forze poli
tiche presenti in Consiglio, di intraprendere nuove misure di aiuto a favore di coloro che in questo periodo e nei vari settori hanno perso il lavoro, o sono precari, cassintegrati, inoccupati cronici.
Aiuti concreti che dovranno prender corpo in una formale delibera in cui andranno individuati i servizi comunali (scuola, libri, trasporto, mensa, ecc...) attraverso i quali si potrà venire in aiuto delle tante famiglie che sono o che si troveranno in difficoltà economiche.
Sinistra e Libertà è convinta che questa sia solo una piccola iniziativa, un piccolissimo esempio di politiche sociali alla portata dell’Ente co
munale.
Si discutano le modalità, si rintraccino le risorse, si individuino i fruitori e si focalizzino i rami secchi della spesa pubblica: la risposta ai ceti più deboli è l’altissimo ruolo a cui la POLITICA è chiamata, specie nei momenti di crisi.
Importante è che non si perda tempo ulteriore.
Continua a leggere!

mercoledì 7 ottobre 2009

Anch'io sono Peppino Impastato!

CAMPAGNA PER DEDICARE A IMPASTATO VIE IN TUTTA ITALIA

"Anch'io sono Peppino Impastato! - Una strada in ogni città per non dimenticare". E' il titolo dell'iniziativa finalizzata chiedere a tutti i sindaci italiani di intestare una via o un locale di proprietà pubblica a Peppino Impastato, il militante di Dp ucciso dalla mafia a Cinisi (Palermo) nel 1978.
L'iniziativa, lanciata dal quotidiano on line Tusciaweb, in tre giorni ha già raccolto l'adesione di numerose testate web di tutta Italia e di molti amministratori pubblici, tra i quali l'assessore regionale del Lazio Giuseppe Parroncini, il presidente della provincia di Viterbo Alessandro Mazzoli, il vice sindaco di Viterbo Marcello Meroi, l'ex ministro della Pubblica istruzione Giuseppe Fioroni.
Adesioni sono giunte da Milano, Torino, Napoli, Messina, Potenza, Varese. Il gruppo Facebook creato a sostegno dell'iniziativa ha ricevuto 1.500 adesioni in tre giorni. La campagna è stata lanciata per "rispondere" alla decisione del Comune di Ponteranica (Bergamo), di togliere l'intitolazione della biblioteca ad Impastato per dedicarla ad un bergamasco.

Chi era Peppino Impastato
http://it.wikipedia.org/wiki/Peppino_Impastato

Contattiamo anche noi il sindaco di Atella mandando una mail all'indirizzo info@comune.atella.pz.it (l'indirizzo diretto del sindaco non è reperibile) e chiedendo di intestare una via, un edificio pubblico o un evento.

Un esempio di testo per la mail potrebbe essere questo:
"Caro sindaco,
Ho aderito all'iniziativa “Anch'io sono Peppino Impastato!” lanciata in Italia dal quotidiano on line Tusciaweb. E che vede la partecipazione attiva di migliaia di persone.
Il sindaco di Ponteranica ha voluto togliere a una biblioteca il nome di Peppino Impastato, straordinaria persona che combatté la mafia in Sicilia e per questo fu assassinato.
Credo che fatti del genere ci tocchino tutti trasversalmente, come cittadini di questa Repubblica. Per questo ritengo che vada data una risposta forte, univoca e inequivocabile.
Per questo le invio la richiesta affinché una strada, una piazza, un evento nel nostro comune sia dedicato a Peppino Impastato.
Dedicare una via, una piazza, un luogo pubblico o un evento a Peppino Impastato significherebbe mantenere vivo il suo ricordo contro chi cerca di cancellarlo. Ieri come oggi. Significherebbe custodire gelosamente la memoria di chi è stato assassinato dalla mafia e contro di essa si è battuto a viso aperto.
La ringrazio della sua attenzione.
Firma" Continua a leggere!

venerdì 4 settembre 2009

A quanti non si sono rassegnati al delirio berlusconiano e continuano a resistere

Un film-documentario che parla di come la televisione in Italia ha modificato i costumi e le coscienze. Di come una persona ha saputo imporre la propria figura ai "teleimbabolati" grazie alle televisioni di cui era proprietario e a quelle di cui lo è diventato "di fatto" da presidente del consiglio.
Nonostante tutto, ci sono settori di popolazione che non hanno creduto e ceduto alla cultura berlusconiana, persone che hanno resistito e resistono all'omologazione.Cittadini consapevoli che si muovono in un deserto imbarazzante di barbarie, individualismi esasperati, ipocrisia dilagante e dove domina l'importanza di apparire, a tutti i costi.
Proviamo a spegnere tutti la televisione per almeno un mese, ne usciremme delle persone diverse e migliori.

Il trailer del film Videocracy:

Continua a leggere!

sabato 29 agosto 2009

Melfi, scene di inizio Novecento

Da ormai troppo tempo, nella piana di San Nicola di Melfi aleggia il fantasma della lotta di classe, quel fantasma di un passato che agita il sonno dorato dei dirigenti d'azienda che solo pochi anni fa' decisero di aprire un'isola di toyotismo nelle campagne del meridione, nella speranza di far leva sulla disperazione e il ricatto della disoccupazione per trovare braccia docili e rassegnate allo sfruttamento e all'oppresione.
È durato poco il mito della fabbrica integrata: dalla rivolta dei 21 giorni della primavera del 2004 gli operai hanno imparato a non chinare il capo da allora è stato un susseguirsi di scioperi e iniziative di lotta. A maggio lo sciopero della ex-Ergom contro 30 licenzimenti ha bloccato per una settimana la catena di montaggio spalmata sul territorio, a luglio lo sciopero sul premio di risultato ha nuovamente fermato la produzione. La dirigenza della Fiat si innervosisce, ogni giorno di sciopero significa 1.500 vetture in meno di quella Grande Punto che rappresenta oggi il core business dell'azienda automobilistica e corre ai ripari: da Pomigliano arrivano pullman carichi di crumiri, per l'azienda sono 500 ma in fabbrica gli operai confermano che sono molto di più.
Selezionati accuratamente dalla Fiat tra i 5.000 operai dello stabilimento campano, attraverso i paramenti di affidabilità aziendale e clientelismo politico-sindacale, questi lavoratori sono il tentativo di piegare la resistenza operaia di Melfi. Anche la disarticolazione dell'indotto industriale è parte di questa strategia. Bisogna rompere quella "contiguità dei corpi cooperanti" che permette il travaso non solo della componentistica da un azienda all'altra, ma anche della rabbia e del conflitto sociale.
Non a caso, al presidio permanente alla Lesme incroci gli sguardi e i volti già noti delle lotte della Fiat, così come vedi arrivare gruppi più o meno consistenti di operai degli altri stabilimenti dell'indotto che non solo scioperano in sostegno della vertenza della Lesme, ma hanno anche la possibilità di raggiungere fisicamente i cancelli della fabbrica ed esprimere così concretamente la loro solidarietà ed il loro sostegno, consapevoli che lo smantellamento della Lesme è solo un tassello di un progetto più complessivo che rischia ben presto di toccare anche loro.
Spostare la produzione da Melfi a Chiavari non ha alcun altra spiegazione se non questa. Non c'è alcuna crisi, la produzione va a gonfie vele, avendo una commessa garantita e duratura, eppure i proprietari hanno fretta di smontare i capannoni e i macchinari per scapparsene a Chiavari. Una produzione accellerata di scorte a luglio, così come il cambio della agenzia di security preposta al controllo esterno dello stabilimento, lasciavano già presagire il proposito di smantellare tutto ad agosto e far trovare agli operai al rientro l'inaspettata sorpresa. Nel giro di pochi mesi la produzione sarebbe ripresa finalmente in un clima di cooperazione ed armonia, quella cooperazione ed armonia che la fabbrica toyotista doveva garantire e che ora i padroni vorrebero ricostruire attraverso l'affidamento della produzione di questi alzacristalli ad una qualche cooperativa locale ligure per sbarazzarsi di operai e sindacati.
Malgrado i lavoratori della Lasme negli ultimi anni non abbiano certo brillato nella partecipazione e nella mobilitazione alle diverse lotte di Melfi, il rischio di finire in mezzo ad una strada li ha messi in movimento fin dal 13 agosto: due settimane di vacanza fuori ai cancelli della fabbrica, in un luogo deserto e desolato a 40 gradi all'ombra, tutto cemento, capannoni e asfalto cocente.
A differenza della Innse, qui gli operai sono quasi tutti iscritti alla Fiom, all'interno della Lasme quasi l'80% è iscritto al sindacato di Rinaldini, ma c'è anche il camper fisso della Rdb/Cub e presenziano anche gli altri sindacalisti della Cisl e Uil, con la loro solita montagna di bandiere e dall'inconfondibile look di affaristi azzeccagarbugli che arrivano finanche a sblaterare sulla possibilità e la legittimità delle gabbie salariali.
Martedì sera si passa all'azione. Dopo aver sfondato il cordone di polizia posto il giorno precedente a difesa della sede di Confindustria a Potenza, gli operai hanno compreso come l'occupazione dello stabilimento non poteva esser certo rinviata di giorno in giorno per la semplice presenza di un paio di vigilantes all'ingresso. Si apre il cancello e si corre tutti dentro.
Vai a pensare che tra quei vigilantes assunti solo poche settimane prima ci fosse un folle armato che spara ripetutamente per intimorire gli operai in corsa sul vialone dello stabilimento e che agita nervosamente la pistola ad altezza d'uomo nei confronti di Emanuele, un compagno della Fiom, che gli dice a gran voce di metter giù quella pistola.
Scene di inizio novecento che si rivivono tra mamme con il passeggino, bambini che da giorni animano il presidio e gli operai che legittimamente ora sono ancor più incavolati neri. Eppure questi spari sui lavoratori non destano scalpore così come nemmeno degnI di un trafiletto sui giornali locali sono gli spari di un audace proprietario terriero di Lavello che, a meno di 10 chilometri dalla Lasme, apre il fuoco con il suo fucile contro alcuni immigrati che si erano rifugiati per la notte in un casolare diroccato di sua proprietà, stremati dal lavoro nei campi. Silenzio e indifferenza avvolgono questi atti di pura violenza e bieco terrorismo. Verrebbe quasi la voglia di vedere queste scene con i ruoli ribaltati...
No, non sparano gli operai, stiano tranquilli lor signori, ed anche gli immigrati continuano a piegar la schiena 12 ore sotto il sole cocente del Tavoliere per 3 euro al cassone di quei pomodori il cui sugo assaporisce le nostre tavole.
Ma fuori e oltre l'individualismo imperante, fuori e oltre l'imbarbarimento razzista, fuori e oltre il controllo sociale e culturale, nella società prendono spazio percorsi di resistenza all'omologazione silente e di ricostruzione di legami e conflitti sociali: per quanto possano apparire meramente difensivi, a volte anche egoistici o arretrati, negli spazi sociali come quello prodottosi in questi giorni fuori i cancelli della Lasme e delle altre fabbriche in lotta, prende corpo un senso comune e una solidarietà collettiva che disintegra progressivamente l'apatia sociale, l'indifferenza e la solitudine sociale.Cioè le travi sulle quali poggia il potere.
Francesco Caruso

Tratto da L'Altro
Continua a leggere!

sabato 22 agosto 2009

"Munnezza" e discariche.


Continua a leggere!

venerdì 21 agosto 2009

SOSPENDERE LAVORI PER DISCARICA DI ATELLA

Sospendere con urgenza i lavori di realizzazione della nuova discarica ad Atella “al fine di valutare con i cittadini, in un Consiglio comunale aperto, tutte le problematiche da essi sollevate”. E’ quanto chiede, in un comunicato stampa, la Ola (Organizzazione Lucana Ambientalista, coordinamento apartitico di associazioni e comitati di cittadini) al Comune di Atella e all’assessore regionale all’Ambiente, Vincenzo Santochirico, esprimendo solidarietà ai cittadini di Atella “che da stamattina hanno occupato il sito dove sono iniziati i lavori di costruzione della mega discarica”. “Nonostante il deludente 5% di Raccolta Differenziata dichiarato dal'Amministrazione comunale – afferma la Ola - Atella ospiterà infatti una nuova mega-discarica comprensoriale, prevista dal Piano provinciale dei Rifiuti, che dovrà accogliere la "monnezza" dei Comuni di Atella, Rionero in Vulture, Ruvo del Monte, San Fele, Rapone e Barile. La nuova discarica, di 90.000 metri cubi e del costo di oltre 2 milioni di euro, dovrebbe sorgere in località Cafaro, nell'area adiacente alla discarica esistente la cui capacità è di 140.000 metri cubi per una capacità complessiva di 230.000 metri cubi. Abbinato alla nuova discarica è previsto un nuovo impianto di vagliatura, nonostante il vecchio non sia mai stato utilizzato, che rischia di fare quindi la stessa fine”. Per la Ola “il nuovo progetto avviene in spregio della salute e dei legittimi interessi degli agricoltori e degli allevatori, già danneggiati, con problemi di inquinamento causati dalla discarica esistente, di cui ora se ne prevede l'ampliamento in assenza della bonifica del sito della vecchia discarica”. In questo modo, conclude l’Organizzazione è stato inferto “il colpo mortale alla raccolta differenziata capace di risolvere i problemi legati alla gestione dei rifiuti ed evitare anche conflitti sociali”.

Di seguito un video sulla discarica di Atella:

Continua a leggere!

mercoledì 19 agosto 2009

Metapontino: trivelle in mare!

Un impianto di trivellamento nel mar Jonio. A 70 metri metri dalla battigia. Per l’estrazione del petrolio. Un progetto, in dirittura d’arrivo, che vede la ferma opposizione dei comitati, ambientalisti e enti locali del Metapontino, in Lucania.Il «mostro», infatti, dovrebbe sorgere nel golfo di Taranto con le proteste che interessano entrambe le sponde regionali: sia la Puglia che (soprattutto) la Basilicata. Le multinazionali che hanno ottenuto le concessioni per il trivellamento dei fondali marini sono l’Eni (per la parte pugliese) e la Consul Service (per il tratto lucano). A quest’ultima nello scorso autunno succede l’Apennine Energy srl. E’ qui che le associazioni scoprono il piano e iniziano la loro battaglia. Subito dopo si accodano alcuni consigli comunali del Metapontino, le amministrazioni locali votano delibere contrarie al trivellamento del mare. Per vari motivi. «La distruzione del paesaggio oltre alle albe joniche raderà al suolo, tutta l’economia turistica, posti di lavoro e gli investimenti turistici nella zona», afferma Felice Santarcangelo, del comitato No-Scorie Trisaia, ricordando come il disegno delle multinazionali potrebbe portare a pericolosi fenomeni di «subsidenza» (abbassamento del suolo a seguito delle estrazioni di gas fino ad oltre 5 metri che possono generare allagamenti). Motivo per cui il presidente del Veneto, il pidiellino Giancarlo Galan (sotto la spinta della Lega) ha vietato progetti simili nel golfo di Venezia.«Aumenterebbe l’erosione delle coste mettendo in crisi le spiagge, i campi agricoli e i villaggi turistici per tutto il lido lucano - continua Santarcangelo - Oltre a perdere le nostre attività economiche ci ritroveremo un territorio inquinato senza risorse necessarie per sostenere tutti i servizi di cui la regione ha bisogno per le misure federaliste messe in atto dallo stesso governo». Lo stesso che, con l’ultimo disegno di legge «Energia» voluto dal ministro Scajola, espropria le regioni dalla Via (valutazione di impatto ambientale) sulle trivellazioni. Scavalcando quindi i pareri dei governatori di Puglia (Niki Vendola) e Basilicata (Vito De Filippo). Non intenzionati, al momento, a dare il loro consenso al progetto.I comitati locali non tralasciano nemmeno l’impatto distruttivo dell’estrazione petrolifera nei confronti degli ecosistemi, dei fondali marini, della flora e della fauna: «Nei fondali nello Jonio esistono ancora vulcani attivi - denunciano ancora - E il terreno è geologicamente giovane». Non hanno intenzione di accettare un altro «scempio» nella propria zona. Soprattutto dopo l’arrivo delle scorie nucleari (battaglia poi vinta nel 2003 dal movimento no-nuke di Scanzano), e l’emergenza rifiuti con discariche malfunzionanti (con tanto di infiltrazione della mafia nella gestione delle ecoballe). Il territorio è già saturo.

Tratto da IL MANIFESTO
Continua a leggere!